Sifu Pietro Nicolaus Roselli Lorenzini con uno degli allievi anziani
11 Febbraio 2020
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by admin

Nella Scuola Corpo Mente Spirito, avendo analizzato e studiato approfonditamente le diversità di approccio e mentalità che ci sono tra la cultura occidentale ed orientale abbiamo deciso di sfruttare gli aspetti peculiari di entrambe le culture per poter sviluppare un nuovo percorso didattico sia pratico sia teorico.

Uomo vitruviano di Leonardo Da Vinci

Il nostro scopo è quello di permettere all’allievo una crescita più rapida e consapevole che non solo gli permetta di sviluppare le capacità difensive, ma che sopratutto lo possa far migliorare come persona nell’approccio alla quotidianità.

Dal punto di vista pratico il nostro percorso didattico resta fortemente basato sulla cosiddetta Mappa del Wing Chun Kyun e perciò sul percorso didattico e sulle metodiche che la tradizione del nostro lineage di Wing Chun (principalmente fondato sull’evoluzione / interpretazione fatta da Leung Ting) ha sviluppato e trasmesso nel corso dei secoli.

Al tempo stesso, però, queste didattiche sono state evolute all’interno della SCMS, sempre nel rispetto della struttura della Mappa, sfruttando le conoscenze orientali legate al benessere (Qi Gong della salute, medico e marziale) e le conoscenze occidentali tipiche della nostra era moderna (fisiologia, anatomia, psicologia, teoria e programmazione dell’allenamento, ginnastica posturale Souchard e Feldenkrais, AcroSage, etc.).

Lo scopo è quello di permettere agli allievi di fare una esperienza motoria e mentale a 360° che non sia finalizzata unicamente al combattimento, ma anche a tutti gli aspetti legati alla salute e al benessere.

Da un punto di vista teorico nella nostra cultura occidentale è fondamentale teorizzare e creare dei meta-modelli che rappresentino la realtà.

Fin da piccoli a scuola siamo stati abituati ad approcciarci alle cose in questo modo: facciamo un modello che “rappresenta” la realtà semplificandola e ci muoviamo all’interno di questo.

Quando per esempio dobbiamo fare qualcosa, facciamo sempre prima dei piani e delle strategie che poi, però, raramente si sviluppano come avremmo voluto o come avevamo teorizzato a priori.

La geometria e le Arti Marziali

Nel caso delle Arti Marziali per effettuare questa modellizzazione, quasi sempre, viene usata la geometria e si cerca tramite questa di farle vedere / spacciare come scienze “esatte”.

Tutta la pratica viene rapportata a questo modello, ossia si cerca di “forzare” / “ridurre” la realtà per portarla a rispecchiare il modello virtuale che si è deciso di adottare.

Un classico è l’assurdo di dimostrare, grazie all’uso della geometria, come una tecnica sia in assoluto migliore di un’altra o addirittura uno stile di un altro.

Per i cinesi, invece, non ha senso parlare di modelli o teorie astratte che vadano a descrivere / modellare in questo modo la realtà.

La realtà è vista come un qualcosa in continua mutazione e trasformazione.

La natura in continua trasformazione

Non ha senso bloccarla in un dogma, cristallizzarla in una definizione assoluta, è troppo complessa per poter far questo. Troppi fattori collaterali comunque sfuggirebbero, fattori che alla fine sono alla base dell’imprevedibilità di quelle mutazioni.

La realtà non è un qualcosa di statico, ma è un processo in divenire.

Per questo nelle Arti Marziali cinesi tradizionalmente non si danno definizioni di angoli o geometrie (braccio a 135°, peso 90% / 10%, etc.), ma viene usato un linguaggio simbolico per descrivere le sensazioni che dovrebbero essere presenti all’interno di tecniche e movimenti, un linguaggio che prende a modello la natura (animali, fenomeni atmosferici, etc.).

La tigre e la gru

Lo scopo è quello di far ricercare al praticante delle sensazioni all’interno del proprio corpo, della propria mente e del proprio spirito, sensazioni che poi dovrà manifestare in tecniche.

In uno scontro, infatti, non esiste in assoluto un angolo migliore di un altro, una posizione sempre migliore di un’altra: tutto dipende dalla situazione.

Gli angoli e le geometrie che si possono sviluppare in uno scontro dovrebbero essere una conseguenza della ricerca di sensazioni all’interno del corpo e dovrebbero dipendere strettamente dai fattori esterni con cui ci relazioniamo.

Non ha senso formulare una strategia a priori, non avendo in genere informazioni a priori sul nostro oppositore.

Uno scontro è caos e la capacità di adattamento e trasformazione è una delle cose che potrebbe contribuire a fare la differenza per poterlo risolvere nel modo meno traumatico possibile.

Il caos

Per la forma mentis che noi occidentali siamo stati educati ad avere e per queste caratteristiche dello scontro, secondo noi, sia l’approccio occidentale sia quello orientale hanno dei pro e dei contro.

Per questo motivo nella Scuola Corpo Mente Spirito abbiamo deciso di sfruttarli entrambi all’interno delle nostre didattiche, facendoli convivere insieme.

Da un lato abbiamo creato un modello teorico in modo da dare agli allievi degli strumenti da usare, visto che sono abituati ad avere questa tipologia di strumenti fin da piccoli in qualsiasi percorso di studio abbiano seguito.

Un tool multiuso

Al tempo stesso, però, abbiamo deciso di non sfruttare la tipica modellizzazione teorica “assolutista” occidentale.

La nostra formulazione dei principi e dei concetti, infatti, è mirata a dare idee da ricercare all’allievo in modo da stimolarlo “attivamente“.

Il tutto è fatto, però, evitando di dargli delle giustificazioni (alibi) teoriche assolutiste e dogmatiche per cui una cosa dovrebbe essere migliore di un’altra.

L’apertura mentale deve essere alla base del nostro modo di praticare.

Apertura mentale

L’allievo deve capire che la differenza la fa sempre l’uomo ed il contesto in cui è immerso e che si trova ad affrontare.

La pratica è un percorso personale che varia a seconda del proprio carattere e delle proprie caratteristiche fisiche.

Solo allenandosi duramente e facendo esperienza motoria si arriverà a sviluppare un proprio modo di praticare, a lavorare profondamente sulla propria psiche e di conseguenza a far vivere tutti questi concetti naturalmente.

Queste nozioni perciò servono da un lato a dare delle idee da ricercare e dei nomi a delle sensazioni che l’allievo proverà durante l’allenamento, dall’altro a creare, di conseguenza, un linguaggio comune all’interno della scuola.

Grazie a questi principi di riferimento si darà inizialmente all’allievo neofita delle fondamenta per sviluppare delle caratteristiche ideomotorie su cui lavorerà con apposite didattiche di studio e di allenamento.

Neuroni

Successivamente con l’interiorizzazione di questi principi e processi didattici si creeranno delle memorie e dei sentieri neuromuscolari che interagiranno sempre più tra loro, generando dinamiche corporee più funzionali.

Progredendo con la pratica, dinamiche e principi fluiranno sempre più tra di loro e si amalgameranno, divenendo così un’unica essenza.

Tutto questo andrà a trasformare lo studente di Sun Sum Ning Wing Chun da un lato in una persona più consapevole, più matura e capace di adattarsi ai diversi contesti della vita, dall’altro di diventare un ricercatore attivo del proprio percorso marziale.

Unione del corpo della mente e dello spirito

Per progredire, però, è fondamentale che un allievo si alleni seriamente, sudando e faticando, altrimenti tutte queste parole rimarranno solo un bell’esercizio di stile che non porterà a nulla: la teoria deve essere un supporto alla pratica, deve essere finalizzata alla pratica e non viceversa.

Diventare un’Artista Marziale non è accumulare concetti, tecniche e nozioni, ma interiorizzare idee e principi in modo da adattarli liberamente al proprio corpo, alla propria essenza, ed ai vari contesti in cui il praticante si troverà mano a mano ad affrontare.

Sifu Pietro Nicolaus Roselli Lorenzini

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